«È solo tecnologia – diceva suo padre – l’innovazione serve a tutti».
Un giorno, Samir chiese: «Ma papà, perché c’è sempre gente ben vestita che entra lì dentro sorridendo, mentre nei telegiornali mostrano bambini come me sepolti sotto le macerie?». Il padre abbassò lo sguardo. Non rispose.
A migliaia di chilometri da lì, Layla cercava un angolo d’ombra in mezzo alle rovine. Aveva dodici anni e negli ultimi mesi aveva visto più detriti che sogni. Il cielo non era più azzurro, ma pieno di un ronzio metallico che precedeva il fragore.
Layla sapeva distinguere i suoni: un F-35 aveva un rombo più grave, i droni invece fischiavano come un avvertimento freddo.
La scuola di Layla non c’era più. Nemmeno la biblioteca. Nemmeno la casa.
«Ci stanno cancellando – disse un giorno alla madre – Ma perché?»
La madre la abbracciò. Anche lei non aveva più parole.
In un elegante grattacielo europeo, una presentazione PowerPoint proiettava grafici in salita. Utili record. Crescita sostenuta. Partnership strategiche. «È un momento florido per il settore difesa», commentava un dirigente, brindando con un calice di spumante. «Israele è un mercato fondamentale per noi. Test sul campo. Dati reali. Affidabilità comprovata». Gli applausi non mancavano mai, anche se tra le slides c’erano solo numeri. Nessun volto, nessun nome. Solo “target neutralizzati”, “zone bonificate”, “capacità operative aumentate”.
Samir un giorno chiese alla maestra: «Ma se un’azienda italiana costruisce una parte dell’aereo che bombarda un ospedale, è colpa dell’aereo o di chi lo costruisce?».
La maestra rimase in silenzio. Poi disse: «È complicato, Samir».
Ma Samir non era d’accordo. Non gli sembrava così complicato.
Layla, una sera, scrisse una lettera. La mise in una bottiglietta d’acqua trovata tra le rovine e la affidò al mare.
A chi fa le bombe,
a chi ci guarda morire,
a chi chiama tutto questo progresso:
vi prego, smettete.
Non voglio vendetta.
Solo vivere.
Nessuno sa dove finì quella bottiglia. Forse si arenò vicino a una spiaggia italiana, forse fu raccolta da un bambino curioso, forse da nessuno. Ma ogni tanto, davanti alla vetrina, Samir giura di sentire una voce flebile che sussurra:
«Non è troppo tardi per scegliere da che parte stare».
IL BUSINESS DEL GENOCIDIO
Il rapporto dell’ONU, redatto da Francesca Albanese e presentato il 2 luglio 2025, denuncia come numerose aziende – tra cui l’italiana Leonardo – contribuiscano attivamente alla campagna militare israeliana a Gaza, alimentando un’economia di guerra che genera enormi profitti. Nonostante lo stop simbolico alle nuove autorizzazioni per la vendita di armi annunciato dopo il 7 ottobre 2023, l’Italia ha continuato a fornire a Israele materiale bellico già autorizzato, assistenza tecnica, pezzi di ricambio e supporto logistico, contribuendo indirettamente all’offensiva genocida su Gaza.
Leonardo, partecipata dallo Stato italiano per oltre il 30%, svolge un ruolo chiave nel programma dei cacciabombardieri F-35, di cui Israele è uno dei maggiori beneficiari, e produce componenti cruciali per altri armamenti utilizzati nelle operazioni militari. Inoltre, l’Italia ha importato da Israele armi e tecnologie per 154,9 milioni di euro solo nel 2024, quintuplicando il valore rispetto all’anno precedente. Comprando queste armi, l’Italia finanzia direttamente il complesso militare-industriale israeliano.
Nonostante le denunce della società civile e le richieste di revoca degli accordi militari con Israele, il governo italiano ha scelto di mantenere le collaborazioni in atto, anteponendo gli interessi economici e industriali al rispetto dei diritti umani e al principio di non complicità in crimini internazionali.
Per un approfondimento, leggi l’articolo «Leonardo e il business del genocidio» di Sofia Basso, pubblicato su Greenpeace il 23 luglio 2025.
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