[Vincenzo Andraous • 20.07.04] Negli anni che sono corsi via mi sono chiesto tante volte quale sia la spinta che fa muovere il mondo del volontariato, quale il propulsore che rende instancabile il volontario che opera in un Istituto Penitenziario,  in una Comunità o in una mensa per poveri...

IL POPOLO DEL VOLONTARIATO

Negli anni che sono corsi via mi sono chiesto tante volte quale sia la spinta che fa muovere il mondo del volontariato, quale il propulsore che rende instancabile il volontario che opera in un Istituto Penitenziario,  in una Comunità o in una mensa per poveri. Mi sono domandato qual è il sentimento che fa pedalare queste persone verso l’altro sconosciuto, indifferentemente dalla fede che ognuno professa e dagli errori che mordono le carni e rendono velati gli occhi, anche quelli più belli.
 
Sbaglierò, ma essere parte di questo volontariato sta a significare non solo il buon sentimento cristiano, il carico di opere che implode e esplode per non rimanere prostrati comodamente di fronte alla Croce, forse è qualcosa di più potente ancora, che appunto non conosce nemicità, disconoscendo qualunque prigione dell’indifferenza.
 
Tanti movimenti differenti per colore, per numero, ma identici nei tanti uomini che sanno interessarsi, che si soffermano, che indugiano rischiando la sorte, ciascuno legato alla propria fatica  e al proprio sacrificio nel tentativo di dare e riconsegnare dignità a chi non ha più neppure Dio alla finestra.
 
Molteplici gruppi e associazioni, operano su fronti perennemente avversi, in terre di nessuno, dove  il modo  migliore per  risolvere un problema,  è ignorarlo. Penso davvero che il fare volontariato sottoscriva un confronto che non viene mai meno, che diventa a sua volta portatore di idee nuove, di intuizioni ben al di là delle proposte, quindi è sinonimo di quel miglioramento che è possibile attraverso gli obiettivi comuni quando sono chiari, e l’agire comune come conseguenza delle competenze e dei ruoli ben definiti.
 
Quel che voglio dire è che un volontariato forte in quanto interlocutore credibile, non s’accontenta di supplire ai vuoti istituzionali, perché è consapevole di essere custode di  un’attenzione sensibile, non accudente-assistenzialista, ma portatrice di energie sufficienti a spostare le assi di coordinamento sociale, proprio per non mantenere e rafforzare i meccanismi obsoleti, o peggio inumani, di una qualsiasi sopravvivenza.
 
Ci sono aree profonde che ci sottendono, e forse sono queste le strutture portanti del nostro divenire, nonostante le banalità devastanti che ci portiamo dentro, che esprimiamo nei contrasti personali e sociali che ci piegano, è proprio questa solidarietà costruttiva che ci permette di dare voce alle nostre angosce e disperazioni, nelle tante miserie che ci fanno sentire completamente abbandonati a noi stessi.
 
E in questo malessere, il volontariato occupa gli spazi del dolore cambiandone la storia, fin’anche la propria storia personale, dove ogni uomo è persona, in quanto tutti simili, perfino chi ha dimenticato la pietà per lunghi periodi.
 
Vincenzo Andraous