[Agnese Ginocchio • 15.01.04] Banca Intesa dovrà decidere entro pochi giorni se accordare un prestito al consorzio BTC, guidato dalla British Petroleum (BP) e che vede tra gli altri la partecipazione dell'ENI, per la realizzazione dell'omonimo oleodotto. Questo oleodotto, se ultimato, sarebbe il più lungo del mondo e porterebbe il petrolio del mar Caspio, attraverso Azerbaijan, Georgia e Turchia direttamente ai mercati occidentali nel mediterraneo...

SCRIVIAMO A BANCA INTESA: «NO AL FINANZIAMENTO DELL’OLEODOTTO»

Banca Intesa dovrà decidere entro pochi giorni se accordare un prestito al consorzio BTC, guidato dalla British Petroleum (BP) e che vede tra gli altri la partecipazione dell’ENI, per la realizzazione dell’omonimo oleodotto. Questo oleodotto, se ultimato, sarebbe il più lungo del mondo e porterebbe il petrolio del mar Caspio, attraverso Azerbaijan, Georgia e Turchia direttamente ai mercati occidentali nel mediterraneo. Sono molto forti le preoccupazioni legate a questo progetto, che potrebbe avere conseguenze devastanti sul piano ambientale, che non tutela in nessun modo le minoranze etniche ed i diritti umani lungo il percorso, che potrebbe significare l’esproprio della terra per decine di migliaia di contadini, che potrebbe ulteriormente acuire le tensioni in un’area già scossa da sette conflitti nei soli anni ’90. Lo stesso Amministratore Delegato di BP, Lord Browne, ha chiarito che la realizzazione dell’oleodotto avrebbe avuto senso unicamente se ci fosse stata la disponibilità di “soldi pubblici a perdere”. La sua importanza non è infatti tanto commerciale quanto geopolitico; l’obiettivo è il controllo strategico delle enormi risorse petrolifere della zona, fondamentale per le politiche dell’attuale amministrazione Usa.Per questo moltissime organizzazioni si sono mobilitate per chiedere prima alla Banca Mondiale, e poi alle diverse banche coinvolte di non Finanziare questo oleodotto. Lo scorso 18 dicembre padre Zanotelli ha scritto ai dirigenti di Banca Intesa (cft. *) per chiedere che questo finanziamento non sia concesso. E’ ora necessario fare sentire immediatamente la nostra voce, e chiedere alla dirigenza di Banca Intesa, ed in particolare al Presidente ed all’Amministratore Delegato, di rinunciare a questo finanziamento.In un momento in cui le banche italiane (e Banca Intesa in particolare) si trovano al centro di enormi scandali finanziari (dalla Cirio ai bond argentini fino al recente crack Parmalat), crediamo che sia quanto mai urgente che Banca Intesa, primo gruppo bancario italiano ed unica banca ad oggi coinvolta nel progetto BTC, mostri un cambiamento di rotta, ed inizi a considerare seriamente le conseguenze ambientali e sociali dei finanziamenti effettuati.
Per questo vi preghiamo di inviare il prima possibile la lettera che trovate di seguito ai seguenti indirizzi mail:

Amministratore Delegato: corrado.passera@bancaintesa.it
Direzione Generale: DirezioneGeneraleBTB@bancaintesa.it 

TESTO DELLA LETTERA DA INVIARE

Oggetto: coinvolgimento di Banca Intesa nell’oleodotto BTC

Le scrivo in merito alla decisione di Banca Intesa, attesa a giorni, di un eventuale finanziamento dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) in Azerbaigian, Georgia e Turchia. Dettagliate analisi dei documenti del progetto e diverse visite indipendenti sul campo, hanno riscontrato che anche nella progettazione l’oleodotto è ben lontano dai criteri della best practice internazionale in materia ambientale e sociale. E’ di particolare preoccupazione il fatto che il Consorzio BTC non sia assolutamente riuscito a considerare gli impatti del progetto sulle minoranze etniche. Questo non solo per le minoranze che vivono in Georgia, ma anche per la popolazione curda in Turchia. Non figura una sola volta la parola “curdo” nella valutazione di impatto sociale del progetto. Infatti, il Consorzio BTC si è rifiutato di applicare la Direttiva Operativa 4.20 della Banca Mondiale sulle popolazioni indigene, nonostante il fatto che i curdi rientrino in tutti i criteri di applicazione della Direttiva Operativa 4.20. La decisione di non applicare questa normativa fa sì che i curdi e le altre minoranze etniche subiranno molto probabilmente gli impatti negativi associati al progetto.Ad esempio, la realizzazione dell’oleodotto potrebbe significare l’esproprio della terra per circa 30.000 contadini che se la trasmettono da secoli senza essere in possesso di un titolo di proprietà riconosciuto, e che non avrebbero quindi nessun rimborso, o nel migliore dei casi un rimborso del tutto insufficiente per garantire la loro stessa sopravvivenza. Questo mentre alcune ricerche hanno mostrato che potenzialmente il progetto infrange la legge turca sull’esproprio in almeno due punti e che il progetto è in parziale o totale violazione degli standard internazionali e delle politiche operative della Banca mondiale in ben 173 punti. Ma nel lungo periodo le conseguenze peggiori potrebbero però essere quelle legali, visto che i contratti tra il consorzio e gli stati interessati – i cosiddetti Host Government Agreements – sollevano le compagnie petrolifere da qualunque responsabilità legale. Questi accordi, con valore superiore alle leggi nazionali, permettono al Consorzio BTC di rifiutarsi di adeguare le normative sociali o ambientali nel corridoio dell’oleodotto ad ogni legge che i paesi attraversati dovessero approvare nei prossimi 40 anni, a meno di non ricevere compensazioni dai governi per aver alterato l'”equilibrio economico” del progetto stesso. Questi accordi potrebbero addirittura violare le normative internazionali firmate dai paesi, ed ostacolare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Al riguardo, nei giorni scorsi la campagna internazionale Baku-Ceyhan ha intrapreso un’azione egale contro la Commissione europea alla Corte Europea di Giustizia sulla questione, nonché un’azione legale contro la Turchia alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.Infatti, gli accordi tra il Consorzio BTC e la Turchia danno la possibilità alla Gendarmeria turca, una forza militare che si è macchiata delle peggiori atrocità a danno delle minoranze curde negli ultimi 15 anni ed il cui scioglimento è stato addirittura richiesto dal Consiglio d’Europa nel luglio 2002, di intervenire, tra l’altro, in caso di “sabotaggio, vandalismo, disturbo civile, estorsione commerciale, etc.”. La vaghezza di una definizione quale “disturbo civile” è fortemente preoccupante in relazione alla situazione in cui versa attualmente la parte orientale del paese.
Più in generale, al di là dei rischi specifici, suscita forti preoccupazioni il contesto politico e di ordine pubblico nei paesi che dovrebbero essere attraversati dall’oleodotto, in una zona purtroppo già scossa da ben sette conflitti etnici e da forti instabilità politiche, come gli eventi delle ultime settimane in Azerbaigian e Georgia dimostrano. La costruzione dell’oleodotto sotto queste condizioni potrebbe rappresentare un ulteriore ed importante fattore di tensione, se non di vero e proprio conflitto militare.Infine, sarebbe da chiedersi per chi si fa tutto questo e chi avrà alla fine il nuovo petrolio del Caspio. Le ricordo che il petrolio trasportato dal BTC sarà destinato soltanto all’export verso i mercati occidentali e attraverserà sottoterra villaggi che oggi hanno bisogno di energia, specialmente nei freddi inverni del Caucaso, ma non ne ricevono affatto e non ne riceveranno. Infatti, il petrolio ancora una volta è destinato soltanto all’opulento occidente ed una volta bruciato contribuirà ad aumentare l’effetto serra, nonostante l’urgenza di porre un freno al surriscaldamento del pianeta ed ai cambiamenti climatici. Dal momento che Banca Intesa risulta non solo il più grande gruppo bancario  italiano, ma anche quello più attivo recentemente nel settore del petrolio e gas, come dimostra il finanziamento dei controversi progetti dell’oleodotto OCP in Ecuador e di Camisea in Peru, mi chiedo se la Banca che Lei dirige voglia essere etichettata una volta per tutte come la Banca che finanzia petrolio ed i conflitti di domani in un mondo che invece avrebbe bisogno di pace e più sostenibilità.
Di fronte ai recenti scandali che hanno colpito il sistema finanziario italiano e la stessa Banca Intesa sono convinto che Banca Intesa, al contrario, debba non solo assumersi le responsabilità dei finanziamenti concessi da un punto di vista ambientale e sociale prima ancora che economico e finanziario, ma che sia anche tenuta a dare l’esempio agli altri gruppi bancari nel nostro paese che è possibile dire di no a finanziamenti nocivi per l’ambiente, le comunità locali ed i più poveri, nonostante la pressione delle compagnie private. Infatti a mia conoscenza Banca Intesa è l’unica banca italiana coinvolta nel finanziamento del progetto BTC, dal momento che MCC e S. Paolo IMI hanno ufficialmente negato il loro coinvolgimento.
Per questi motivi Le chiedo personalmente di non approvare prestiti o finanziamenti in alcuna forma per l’oleodotto BTC, fiduciosi che Lei condivida le nostre profonde preoccupazioni, e che voglia difendere un’etica degli affari, rifiutando un prestito a questo progetto che è in aperto conflitto con le leggi nazionali ed internazionali e le best practice ambientali e sociali riconosciute internazionalmente e soprattutto potrà essere foriero di nuovi conflitti e nuove guerre. Costruire la pace ed un mondo migliore è responsabilità di tutti, anche del  mondo finanziario ed economico.

Cordiali saluti,

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(*)  https://www.grillonews.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1118