DOVE NASCE LA NUOVA XENOFOBIA

Da dove nasce la xenofobia che dilaga nel Nordest, in particolare in Veneto? Cosa ha trasformato quest’area in incubatrice di tensioni che hanno come oggetto lo straniero e di azioni e concezioni del mondo che sono condivise da pezzi consistenti della società locale? Un fenomeno poco comprensibile per chi non vive nella metropoli diffusa che ha rapidamente consumato il paesaggio fisico e ha visto mutare quello sociale. Qui il prezzo del tardivo, ma capillare, miracolo economico che ha fatto di quella nordestina una società opulenta, è stato molto alto. La rivoluzione molecolare operata da una società di imprenditori di massa ha fatto uscire molti dalla povertà ma l’incessante lavorio ha mutato tutto troppo rapidamente: natura, uomini, legami sociali. Il paesaggio è stato sconvolto. Lo sguardo dall’alto mostra una terra ferita, lacerata per sempre. E registra l’assenza di vuoto, la presenza di un pieno troppo pieno.

Laddove vi erano i luoghi, trionfano i non luoghi. La campagna non esiste più, sommersa da capannoni industriali e giganteschi centri commerciali; lastricata da strade divenute labirinti. Dai quali, per uscire, occorre sacrificare il bene divenuto ormai più prezioso: il tempo. Una trasformazione urbana che ha spezzato antichi vincoli, senza sostituirli con nuovi. In questa enorme città orizzontale, impensata imitazione di una Los Angeles senza le sue miserie e i suoi splendori, cova un malessere profondo: che spesso diventa rancore. Certo, molti non sembrano avere rimpianti. Nel Nordest il passato è passato davvero. La nostalgia del «come eravamo» viene liquidata dai più, come «cosa da ricchi»! Soprattutto da parte di chi ricco lo è diventato da poco, ma non si sente ancora tale. Rivelando un’identità incerta, che la raggiunta ricchezza non può assicurare. E che pare comunque messa in discussione dal timore, reale, che «l´età dell’oro» iniziata negli anni Ottanta sia finita; che l´economia di mercato divenuta mondo abbia, troppo presto per chi ha avuto a disposizione solo tre decenni, trovato altrove condizioni più favorevoli per crescere.

È dunque il futuro a suscitare timori. L’economia, gli stili di vita, il consumo che si sostituisce alla produzione, e una produzione che rischia di non poter più competere puntando sul costo del lavoro e non sull’innovazione, i vuoti lasciati in un paese di anziani da quel simulacro di stato sociale all’italiana chiamato welfare, richiedono sempre più forza lavoro. E questo significa immigrazione. Per almeno un decennio il Nordest ha fatto finta che questa sorta di schizofrenia sociale non creasse troppi problemi: anche perché avrebbe significato mettere in discussione la stessa natura del capitalismo molecolare.

L’imprenditore diffuso è il simbolo del riscatto sociale di una popolazione che nell’arco di mezzo secolo è stata prima contadina, poi operaia, ma anche questo e quello, ovvero «metalmezzadra». Per farsi, in seguito, finalmente «padrone di sé stessa». Il prometeico intraprendere trasforma però, oggi, l’imprenditore da protagonista del mutamento a parte del problema. Continua a produrre ricchezza e a ridistribuirla ma la società locale non riesce più a goderne senza che i costi sociali di questo modello intacchino i benefici. Gli immigrati hanno seguito il lavoro. Concentrandosi non solo nei centri urbani ma anche nei piccoli paesi. La loro disseminazione nel territorio ha scongiurato l’effetto banlieue ma ha reso più uniforme la sensazione di diffidenza. Luoghi da sempre culturalmente omogenei, hanno visto mutare il proprio orizzonte. Lo spazio sociale è diventato oggetto di conflitto etnocomunitario.

Nelle campagne non più tali, urbanizzate ma non ancora permeate dalla cultura urbana, abitudini e costumi sono improvvisamente sembrati stravolti. Un mutamento percepito come perdita della comunità locale: reale o immaginaria che fosse dopo gli sconvolgimenti degli ultimi decenni. Quando a seguito della ricchezza è arrivata non solo la manodopera necessaria ma anche la criminalità violenta; ed efferati episodi di cronaca hanno dilatato il malessere per lo stillicidio di reati commessi da irregolari o clandestini, tanto poco ‘micro’ da generare effetti macro, il vaso è parso colmo. Da qui alla xenofobia il passo è stato breve. «Padroni in casa propria!» è il grido salito da pezzi di una società insicura, che si sente minacciata dall´identità altrui, significativamente percepita come più forte della propria. O quel «stranieri siamo noi!» che rivela la sensazione dell’«estraniamento da straniero» che prende forma davanti alla massiccia, e ritenuta ‘irrispettosa’, presenza degli immigrati. Estraniamento sfociato nei, vani, tentativi di ricostituire una ‘comunità impossibile’, non più cementata da legami sociali irreversibilmente spezzati dalla grande trasformazione economica e sociale, ma dalla nuova figura del Nemico costituita dallo straniero.

Radicato nel territorio, e perciò ‘legittimato’ a parlare, uno spezzone del ceto politico ha infatti occupato saldamente il mercato della paura, rompendo tabù linguistici e rendendo senso comune discorsi prima impronunciabili. Protesta dilatata dall’impossibilità delle politiche pubbliche di governare efficacemente il fenomeno migratorio ma, più in genere, di regolare gli effetti della globalizzazione. La natura delle tensioni sollevate dalla presenza degli immigrati appaiono, dunque, un tipico caso di trasferimento su un capro espiatorio collettivo delle frustrazioni provocate dal sommarsi di altri problemi. Sintetizzabili nella sensazione di sicurezza insicura e del tracollo dei meccanismi di fiducia che agitano la società italiana. Naturalmente questo non significa sottovalutare i difficili problemi connessi all´immigrazione di massa, comuni a tutti i paesi europei. Ma nelle forme emerse nel Nordest, il fenomeno è non solo spia della crisi della politica ma anche del precario stato di salute del capitale sociale del paese: ovvero di quell’orizzonte di valori condiviso che facilita la cooperazione tra i cittadini in nome di obiettivi comuni e lo stesso funzionamento delle istituzioni. Capitale che urge ricostituire.

Renzo Guolo

Fonte: «La Repubblica» del 13.12.07

 

Renzo Guolo è docente universitario di Sociologia. Collabora, tra le altre, con riviste come Il mulino, Limes, MicroMega, Religioni e Società.