I SOLDI PER ARMI E GUERRA: UN PESSIMO INVESTIMENTO


Opporsi agli investimenti bellici non è solo una questione etica, significa smascherare un mercato viziato. Firenze Fiera, Incontro Nazionale di Emergency. Il dibattito di PeaceReporter sul cruciale tema della funzione economica degli investimenti pubblici nel settore bellico.

L’argomento di grande attualità specialmente in questo momento di recessione economica, ha stimolato un vivace dialogo tra i relatori e il pubblico, con interventi, domande e proposte di chi vuole guardare agli interessi economici per ciò che sono, un aspetto fondamentale, in modo scevro da ideologie. In un angolo della sala, ancora prima di sedersi ai loro posti, i quattro relatori già discutono infervorati tra di loro: il tema delle spese militari è molto complesso, ma forse alla radice il meccanismo è più semplice di quanto appaia. Ad accompagnare i vari interventi Luca Galassi, giornalista di PeaceReporter che introduce il cuore della questione: quali sono le scelte politiche dietro agli investimenti bellici dei governi? Nonostante la crisi finanziaria globale, secondo i dati del Sipri (Istituto Svedese di Ricerca Internazionale sulla Pace), gli investimenti nel settore bellico sono aumentati del 4 per cento nel 2008 e l’Italia è tra i principali Paesi a investire.

La parola al primo relatore, Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete per il Disarmo, per capire come funziona il mercato armi e cosa ci sta dietro. “I movimenti pacifisti, per la non-violenza, finora si sono sempre concentrati sui problemi degli utilizzatori finali delle armi, cioè quando si vendono, quando si usano, dimenticando spesso che le armi fanno male anche quando non sparano perché drenano risorse, creando un sistema che mantiene un certo tipo di commercio” inizia così Vignarca. Certamente alcuni dati hanno un impatto maggiore sul pubblico come i 150 miliardi di dollari all’anno di spese militari o la notizia di scandali come i 19 miliardi di dollari di armamento leggero finiti dagli Usa in Iraq per foraggiare l’esercito locale e di cui poi gli stessi statunitensi dopo un solo anno avevano perso le tracce, alimentando la guerriglia irachena.

Il mondo della pace però deve fare un passo indietro e sfatare un luogo comune profondamente falso che è un retropensiero nella mente di tutti noi: se anche gli investimenti bellici non sono corretti da un punto di vista etico, sono comunque qualcosa che economicamente conviene. Non vendere armi è faticoso per i vantaggi che crea economicamente e politicamente. “Bisogna smontare questo pensiero perché è falso – continua il relatore – l’investimento nella produzione e nel commercio di armi è economicamente sconveniente. Lo mostrano i dati di un paio di anni fa della University of Massachusetts negli Stati Uniti: se 1 miliardo di dollari investito nella difesa crea 8.500 posti lavoro, gli stessi soldi investiti in spese mediche genererebbero 12.800 posti lavoro. La stessa somma impiegata, invece, nel settore trasporti creerebbe 19.000 posti lavoro e nell’educazione 17.000 posti lavoro. Allo stesso modo si crede che investire denaro negli F35 – cacciabombardieri che verranno assemblati in Italia – convenga perché quei soldi rientrano nelle nostre industrie, spingendo l’economia locale, ma questo è falso. E’ importante che venga diffusa questa conoscenza e dimostrato, dati alla mano, che l’investimento bellico non solo non è giusto, ma non è nemmeno conveniente. Solo così potranno essere drenate risorse verso altri settori. Queste osservazioni non sminuiscono i valori morali: l’impulso etico è quello che ti fa andare avanti nonostante tutto per ciò in cui credi, ma oltre un disarmo di cuore serve un disarmo di testa per conquistare anche chi non ha una spinta etica”.

Vignarca parla infatti dei dati dei sindacalisti che lavorano alle reti di disarmo che testimoniano come negli ultimi anni ad una forte crescita di fatturati delle industrie militari si è visto un parallelo diminuire dei posti di lavoro. “Produrre armi conviene, ma solo all’investitore, non genera una ricchezza diffusa. Questo perché l’industria militare è un’industria bloccata, che non sa vendere, perché si basa su commesse che una volta ottenute non devono garantire la qualità”. Che il commercio di armi si collochi fuori dalle logiche di mercato lo dimostrano alcuni esempi: perché l’Italia spende miliardi per gli F35 e contemporaneamente compra la seconda trance di Euro Fighter, aerei con stesse funzioni che i militari stessi dicono inutili? La cifra che l’Italia spenderà per l’acquisto degli aerei eccede i ricavi derivanti dalla quota di produzione assegnati all’Italia stessa. Vignarca quindi conclude “E’ necessario iniziare a leggere i dati per scardinare i falsi miti a volte alimentati anche dal mondo della pace, del disarmo stesso. Le armi non fanno male solo quando esplodono, ma anche prima, quando sottraggono fondi che potrebbero essere impiegati in altro.”

La parola passa poi a Paolo Busoni, storico militare e collaboratore di Emergency, il quale porta un esempio concreto dell’antieconomicità e pericolosità sia dal punto di vista politico che militare dell’investimento bellico. “Alla fine degli anni ’90 la Francia vende al Pakistan dei sottomarini prodotti da imprese pubbliche francesi. La vendita dei sommergibili al Pakistan avviene sottocosto, ma il governo francese dichiara di voler comunque vendere per ragioni politiche, per penetrare in quel mercato. Viene poi fuori che ci sono commissioni 6,25 % del valore del contratto, per circa 60 milioni di euro. Nel 2002 ci fu un attentato ad un gruppo di ingeneri che andavano a sopraintendere i lavori di costruzione di quei sottomarini provocando 11 morti e 12 feriti. L’attentato venne attribuito ad Al-Qaeda, ma non si sono mai chiariti i veri mandanti.”

A questo punto bisogna ricordare come le transazioni nel commercio delle armi sono particolarmente complesse (accordi bilaterali, co-produzioni, subappalti, promesse di acquisto in cambio di investimenti in paesi terzi…) e coinvolgono diversi governi. La complessità di queste transazioni comporta un alto rischio di corruzione. Il mercato delle armi è senza controllo perché avviene a livello di controllori: cioè di governi.

Su questo punto Vignarca interviene con un dato illuminante “Il commercio di armi, che rappresenta tra il 2 e il 2,5 percento del commercio mondiale è responsabile del 50 percento della corruzione mondiale. Il punto è che quei pochi, da quel poco commercio che si ha, ottengono molto ed in modo diretto.”

Busoni contesta infine il tentativo di alcuni di giustificare gli investimenti pubblici in armi con logiche keynesiane. “Nelle economie keynesiane lo Stato investe in settori che producono ricchezza a livello di paese. Non solo crea nuova occupazione e aumenta la ricchezza con l’effetto del moltiplicatore, ma investe in strade, in ferrovie, ecc… Si sostituisce agli investimenti dei capitalisti proprio in quei settori nei quali questi hanno una scarsa propensione ad investire, perché accrescono meno rapidamente la loro ricchezza, rispetto ad investimenti finanziari. Invece le armi non hanno un valore intrinseco per la società. Il “keynesismo militare” se lo sono inventati gli statunitensi negli anni ’50, ma non produce nulla che abbia un valore reale per la società: è un investimento che può al massimo moltiplicare la capacità di spendere di chi è direttamente coinvolto nell’industria della difesa, come un dipendente, senza produrre ricchezza generale per il Paese.”

Un aspetto della questione di particolare importanza viene portato all’attenzione dal professor Angelo Baracca, docente di fisica nucleare Università di Firenze: il rilevante sviluppo recente di nuove armi che aprono inquietanti scenari, minando gli equilibri ecologici del sistema.

“Lo sviluppo e la ricerca di nuove armi si è scatenato in modo incontrollabile dopo la fine della guerra fredda. Fino a quando c’erano i due blocchi c’era un equilibrio del terrore, che creava una certa autolimitazione. Crollato quel sistema non ci sono più stati limiti. Infatti il primo impiego dell’uranio impoverito si ha nel 1991, nella prima Guerra del Golfo, da parte degli statunitensi. Sono armi che esistevano già da prima, ma gli Usa si sono sentiti autorizzati ad usarle solo dopo il crollo dell’Urss” – inizia Baracca – “ora siamo nella fase di sviluppo delle nanotecnologie che consentono il controllo di singoli atomi o pochi atomi aprendo a possibilità spaventose. A livello di atomi non è più possibile individuare né l’aggressivo, né l’aggressore”.

L’uso della tecnologia per scopi militari non ha limiti: la guerra ambientale è oggi una realtà che può provocare effetti devastanti e incontrollabili. Ormai alcune tecnologie sono diventate di uso comune, come le armi biologiche create con componenti che si trovano facilmente. Sono stati creati nuovi virus, mai nati nell’evoluzione biologica e vengono effettuati a scopi militari esperimenti genetici. “La prossima pandemia sarà certamente di origine militare”- conclude.

Baracca passa poi ad analizzare la questione del nucleare. “Il disarmo nucleare potrebbe davvero essere possibile. Il problema che viene sempre sbandierato è l’Iran, ma bisogna mettere le cose nel giusto ordine. Il primo problema è Israele che ha una arsenale da tempo pur essendo un paese in guerra che non è nemmeno denunciato. Il primo passo deve essere denunciare e eliminare l’arsenale di Israele. Eliminare la minaccia nucleare significa eliminare il nucleare dai Paesi che già ce l’hanno non dai Paesi che ancora non l’hanno. Attualmente delle 7.000 testate operative a livello mondiale, 1.000 sono in stato di allerta operativo, cioè sono puntate su un obiettivo preciso: il rischio sta qui. Un primo passo concreto sarebbe separare le testate in modo che per ri-assemblarle ci voglia almeno una settimana”.

A parlare della costruzione di strumenti bellici di ultima generazione viene coinvolto l’ultimo relatore, Valter Bovolenta, membro dell’Assemblea No-F35. Gli F35 sono cacciabombardieri di quinta generazione con caratteristiche di invisibilità e multiruolo che possono sostituire le funzioni di tre differenti aerei già esistenti. La costruzione di questi velivoli è una follia politica, militare ed economica. Già il costo, stimato all’inizio del progetto in 250 miliardi di dollari è oggi lievitato a 300 miliardi di dollari. La produzione degli F35 verrà in un contesto di cooperazione internazionale tra Usa, Regno Unito, Italia ed Olanda. La fase di assemblaggio avverrà in Italia all’interno dell’aeroporto di Cameri, in provincia di Novara, vicinissimo alla base Nato. Gli olandesi hanno rifiutato di assemblarli perché lo hanno ritenuto antieconomico.

“Come mai cambiano i governi e nessuno si è mai opposto a questo progetto? Perché visto che già acquistiamo gli aerei EuroFighter ora compriamo anche gli F35? Ma soprattutto, perché abbiamo già ordinato 131 aerei F35, comprando a scatola chiusa un prodotto che non sappiamo se funziona, né quanto costa?” domanda alla sala Vignarca, palesando come il commercio bellico sia fuori dalle regole del mercato.

Questa è la prima volta che la Alenia e la Lockheed Martin, due aziende private civili andranno a lavorare in una struttura pubblica militare. La direzione di Finmeccanica ha presentato il progetto come mezzo per la creazione di posti di lavoro quando invece in questo momento la Alenia sta dismettendo posti e non assumendo.

Vignarca conclude con forza “queste spese sono del tutto voluttuarie: non esiste nessun Paese al mondo che sarebbe attualmente in grado costruire un velivolo di terza generazione e questi, di quinta generazione, rappresentano chiaramente gli interessi economici di alcuni e non una necessità di difesa. E’ una mera auto-alimentazione del mercato. Di fatto è un mercato consortile al punto che la domanda e l’offerta sono svincolati dalla realtà e di conseguenza i prezzi”.

A questo punto in sala si apre il dibattito, con interventi che aggiungono punti di vista che provano a portare argomenti di segno opposto.  Tra le proposte anche una suggerimento dal mondo della finanza per cercare di diminuire i ricavi ed aumentare i costi degli investimenti bellici. Perché quotare in borsa le aziende militari, che non sono influenzabili realmente dagli azionisti? Se fossero delistate, cioè cancellate da un listino di borsa, si eliminerebbero i guadagni degli speculatori che consentono di arricchirsi anche a personaggi di seconda o terza fila, diminuendo il numero di persone interessate.

La crisi economica attuale potrebbe aiutare questa evoluzione del pensiero e spingere l’investimento pubblico verso settori nei quali il bisogno reale è davvero sentito.

Fonte: PeaceReporter



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