[di Alessandra Garusi • 2001] Su segnalazione di Carlo Miglietta, un medico torinese che si prodiga per aiutare gli indios, pubblichiamo il resoconto della loro drammatica situazione.

BRASILE – GLI INDIGENI SOTTO IL FUOCO INCROCIATO

Avrò coraggio fino alla fine dei miei giorni”. È questa la solenne promessa di Valdecy Noro, capo di una comunità indigena Wai-Wai. Suo padre pagò con la vita l’impegno per i diritti del suo popolo. E lui oggi potrebbe fare la stessa fine. Una lotta antica, quella delle popolazioni indigene brasiliane, che rischia di fare un passo indietro. Lo scorso 29 marzo, il Senato ha infatti creato una Commissione parlamentare d’inchiesta “per far luce, in 180 giorni, sulle demarcazioni delle aree indigene, in particolare modo su quelle della fascia di frontiera”. Le argomentazioni che personalità di rilievo come Renato Lang – avvocato, luterano, responsabile assieme al cattolico p. Antonio Fernandez del Consiglio pastorale indigenista della diocesi di Roraima – s’affrettano a confermare, sono due: “La terra è troppa rispetto al numero esiguo degli indios”; inoltre, “le aree demarcate impediscono lo sviluppo del paese”. Il che è falso. “Se lo stato non si sviluppa, è perché non ha un progetto di sviluppo”, tuona l’avvocato, “come dimostra il fatto che 59 progetti di riforma agraria in 14 comuni dello stato di Roraima sono falliti”. LA QUESTIONE DELLA TERRA – Il punto, dunque, è un altro. È la terra che fa sempre più gola anche ai bianchi. Per il legname pregiato, i pascoli, ma soprattutto per quel che cela il sottosuolo: l’invasione dei garimpeiros (i cercatori d’oro), dieci anni fa, ha aperto la strada ai cercatori di platino, diamanti, zinco, titanio, tungsteno, cassiterite, tantalo. “Solo nei territori degli Yanomami, sono state presentate richieste di estrazione da parte di 700 società”, ci ha confessato mons. Apparecido José Dias, vescovo di Roraima. “Il colmo, poi, è che la legge per lo sfruttamento minerario delle aree indigene, è stata proposta da un ex presidente della Funai (l’organismo governativo che dovrebbe proteggere gli indigeni…), Romeo Juca, ora senatore”. Se questa normativa dovesse passare, darebbe il disco verde all’incondizionato sfruttamento del sottosuolo. “Per il momento il Parlamento federale sta cercando di resistere alle pressioni delle multinazionali”, dice ancora il vescovo. “ma fino a quando ci riuscirà?”. “Fra l’altro, lo sfruttamento minerario – pur nell’illegalità – continua”, aggiunge Lang. “Solo questa settimana, hanno sequestrato mezza tonnellata di tantalite, preziosissimo per la costruzione dei microchips dei computer e dei cellulari, estratto abusivamente in area Wai-Wai, presso la Strada 29”. Dunque la lista delle società che vorrebbero aprire miniere, è lunga. Terra sfruttata, da un lato; e terra amorevolmente coltivata dall’altro. Bianchi contro indigeni. Per i popoli indigeni, la terra è la vita. È il luogo dove cacciano, dove costruiscono le loro capanne (malocas), dove piantano la manioca – dalla quale ricavano una farina, la tapioca, con cui cucinano focacce (beijù) – e dove crescono le liane, da loro intrecciate per farne grandi ceste. IL PREZZO DELL’IDENTITÀ – Una recente proposta di Legge – n. 1610/A del 1996, a firma del senatore Romero Lucà e del deputato Luciano Pizzotto – offre alle comunità indigene “almeno il 2%” degli utili derivanti dalla commercializzazione dei minerali. Un miserissimo 2% non può (non deve) essere il prezzo della loro identità, della loro cultura, della loro civiltà, valori che sarebbero irrimediabilmente compromessi, se i bianchi invadessero anche le loro ultime terre.  Ne andrebbe dunque della sopravvivenza di 360mila indigeni – secondo dati del Cimi (Consiglio indigenista missionario) – che appartengono a 215 popoli e parlano 180 lingue diverse. Soltanto nel Roraima, lo stato più a settentrione del Brasile, al confine con il Venezuela e la Guyana, vivono attualmente 40mila indigeni, di cui 17mila Macuxì, 9mila Yanomami, 6.500 Wapichana, 800 Waimirì-Atroari, 700 Ingaricò, 600 Wai-Wai, 500 Tuarepang, 400 Yekuana, 50 Patamona. Gli Yanomami – un popolo che gli antropologi francesi definiscono forse il più “primitivo” della terra, con uno stile di vita databile al neolitico, a circa 12mila anni fa – vivono in piena foresta amazzonica, praticano soprattutto la caccia e la pesca. Al loro perfetto ecologismo, abbinano un’economia senza proprietà privata; una vita comunitaria nelle plurifamiliari malocas (le capanne che raccolgono fino a 8-10 famiglie per un totale di 80-100 individui); un’esistenza non dominata dalla fretta o dall’ansia di produrre, ma capace di ascolto, di accoglienza, di dialogo, di festa, di comunione; un’intensa spiritualità di tipo “zoista”, capace di cogliere il “soprannaturale” in ogni creatura vivente o inanimata, con i suoi rituali officiati dagli sciamani. I Macuxì e i Wapichana abitano invece la savana e sono etnie “semiacculturate”, con una profonda coscienza dei propri diritti politici e una lunga storia di battaglie per mantenere le loro terre e la loro identità. “Noi indigeni vivevamo bene, qui”, racconta Leonardo Roseno, Macuxì, coordinatore del centro di Maturuca. “I primi bianchi sono arrivati attorno al 1915. All’inizio, erano cordiali. Si presentavano ai tuxauas (capi) dei villaggi, chiedendo il permesso di tirare su una casa e di allevare il loro bestiame. Prepotenze e violenze vennero in seguito. Le nostre terre furono invase prima dai fazendeiros, gli allevatori, e poi dai garimpeiros, i cercatori d’oro. I primi ci hanno stretto in una morsa con recinti e filo spinato. I secondi hanno avvelenato l’aria e i fiumi con il mercurio usato per separare le particelle aurifere dagli altri metalli. Tutti ci hanno decimato. Con le fucilate, a volte. O con le malattie portate da loro, come la malaria, la Tbc o il morbillo e la varicella, che prima ignoravano. E con una forzata, non voluta ‘modernizzazione’ che per noi ha voluto dire soprattutto riduzione in schiavitù e alcolismo, oltreché tradizioni, usi e lingua sistematicamente ignorati, derisi, combattuti. Essi portarono alcolici, prostituzione, abusi sessuali. Ci fu un vero massacro da parte degli invasori”. Nel 1977, proprio a Maturuca, ci fu però una svolta. La comunità decise di rinunciare alla cachaça, il forte liquore distillato dalla canna da zucchero, spesso utilizzato dai fazendeiros per pagare il lavoro indigeno. Di qui, iniziò la strenua difesa della loro cultura ed identità. Negli anni ’80, essi videro schierarsi al loro fianco la chiesa, forse desiderosa di scrollarsi di dosso pesanti sensi di colpa per un’evangelizzazione non priva di soprusi nel corso di 500 anni. La campagna internazionale Uma vaca para o indio (Una mucca per indio) – messa a punto dai missionari della Consolata – fece sì che le popolazioni indigene Macuxì, Wapixana, Ingaricò, Patamona e Taurepang avessero mandrie a sufficienza da difendere il possesso delle loro terre. UNO STRANO ALLEATO: L’ESERCITO – Nel frattempo si registra un’evoluzione anche dal punto di vista giuridico. Nel 1988, viene promulgata la nuova Costituzione federale che, tra l’altro, all’articolo 231 riconosce senza mezzi termini agli indios il diritto “al possesso permanente” e “all’usufrutto esclusivo” delle ricchezze naturali esistenti sul suolo, nei fiumi, nei laghi delle “terre da loro occupate tradizionalmente”. Vengono riconosciuti 594 territori indigeni, e di essi 279 vengono registrati con apposito decreto legislativo. A tutt’oggi 315 territori non sono però ancora tutelati dalla legge. Una situazione incerta, dunque, che sta di nuovo lentamente deteriorando. Si moltiplicano infatti i segnali di un brusco cambiamento di tendenza. Il fatto, ad esempio, che il ministro della Difesa, Geraldo Quintão, abbia recentemente affermato che la demarcazione delle terre degli Yanomami, nello stato di Roraima, diventata definitiva nel 1992, sia un “errore”, è di per sé sconcertante. Un altro caso emblematico è quello dell’area Raposa Serra do Sol – 1.651.300 ettari abitati da circa 15mila Macurì, Wapichana, Ingarikò e Tuarepang – la cui demarcazione giace dal 1998 sulla scrivania del presidente Cardoso che, sotto le pressioni delle lobbies minerarie ed agricole, ne rimanda la firma. Le lobbies vorrebbero una demarcazione “ad isole” dell’area, cioè a macchie di leopardo, con gli indigeni confinati in piccole “riserve”, e i bianchi padroni dei territori circostanti. Dal canto loro, gli indigeni reclamano una demarcazione ad “area continua”, conformemente allo spirito della Costituzione. A dar man forte ai poteri economici, ci si è messo anche l’Esercito che ha rispolverato il progetto Calha norte. In esso, si afferma che gli indigeni sono difensori inaffidabili delle frontiere, e si propone la creazione di una zona militarizzata di circa 150 km che, guarda caso, corrisponde esattamente a quella abitata oggi dagli indigeni. Per “militarizzare” l’area, dunque, è iniziata la costruzione di caserme. A Surucucus, in piena zona Yanomami, subito dopo l’inaugurazione della base militare, sono puntualmente iniziati gli abusi di militari ai danni di donne indie. La Commissione dei diritti umani, in un documento del 19 febbraio 2001, afferma che sono state presentate al foro di São Gabriel das Cachoeiras almeno 157 azioni legali di indie contro militari per il riconoscimento di paternità di bimbi nati da rapporti con loro, e che già 34 si sono concluse a favore delle denuncianti. Ad aprile, il vescovo di Roraima, mons. Apparecido Josè Dias, affermava che le cause in corso erano più di 240. Agguerritissimi, i Macuxì sono invece riusciti – almeno per il momento – a bloccare la costruzione di un’altra caserma, a Uiramutã. Lo scorso dicembre, hanno fatto ricorso alla Giustizia, per ottenere la sospensione dei lavori. E il giudice federale di Roraima, Helder Girão Barreto, ha accolto la loro istanza, ricordando che la demarcazione delle terre indigene non mina la sovranità nazionale, mentre l’edificazione di una caserma a cento metri dall’abitato indio metterebbe a repentaglio la cultura e l’organizzazione indigena. Purtroppo un altro giudice federale, lo scorso 17 aprile, ha ribaltato la decisione, di fatto riaprendo il cantiere. Ora si attende la sentenza definitiva, che spetta al giudice Barreto ed è prevista fra sei mesi. UNA CHIESA A FIANCO DEGLI INDIGENI – “Dal 1972 in poi, dopo il Concilio Vaticano II e dopo Medellin, la chiesa si è schierata a fianco delle comunità indigene”, dice mons. Dias. “Cioè ha coscientizzato non solamente gli indigeni, ma anche i bianchi, molti dei quali però temono ancora fortemente ritorsioni”. Di conseguenza, restano nell’ombra. Per tutta risposta, i muri di Boa Vista – capitale dello stato di Roraima – sono tappezzati di manifesti contro la chiesa. Le sue colpe sono due: l’aver insegnato agli indigeni di essere detentori di diritti; e l’aver internazionalizzato la causa dell’Amazzonia. “Non possiamo non stare con chi è debole e vessato: tradiremmo il Vangelo”, conclude il vescovo di Roraima. In prima linea, il convento dei padres italianos, come è conosciuta a Boa Vista, ai confini tra Brasile e Venezuela, la sede dei missionari della Consolata di Torino, sulla riva destra del gigantesco Rio Branco: da oltre un anno è sotto il fuoco incrociato di politici, proprietari terrieri e garimpeiros. “Ce la faremo anche stavolta”, assicura p. Giorgio Dal Ben, 57 anni, di Treviso, “ma abbiamo bisogno che si racconti quello che sta accadendo”.