[Pierpaolo Loi e Giorgio Montagnoli • 21.07.04] “Non private i ragazzi della TV”, il nuovo spot della pubblicità governativa è apparso in questi giorni sulle reti Rai. Dopo averci inondato di spot sulla morattiana riforma della scuola “tanto amata dagli italiani” – in realtà di controriforma si tratta, imposta senza un serio dibattito pubblico, senza il coinvolgimento della società civile, rifiutata dalla stragrande maggioranza degli insegnanti e delle famiglie –, appare chiaro il disegno di utilizzare sempre più il mezzo televisivo per “educare” le nuove generazioni (anche dentro le scuole)...

EDUCARE SENZA MAMMA TV

“Non private i ragazzi della TV”, il nuovo spot della pubblicità governativa è apparso in questi giorni sulle reti Rai. Dopo averci inondato di spot sulla morattiana riforma della scuola “tanto amata dagli italiani” – in realtà di controriforma si tratta, imposta senza un serio dibattito pubblico, senza il coinvolgimento della società civile, rifiutata dalla stragrande maggioranza degli insegnanti e delle famiglie –, appare chiaro il disegno di utilizzare sempre più il mezzo televisivo per “educare” le nuove generazioni (anche dentro le scuole).

Certo, questi padroni dell’informazione non dimostrano grande frequentazione della cultura contemporanea, altrimenti avrebbero avuto un po’ di pudore almeno sotto l’aspetto lessicale. La TV è certamente uno strumento, avanzato tecnologicamente, ma che diventa invasivo, se rimane senza controllo, soprattutto nei confronti dei minori. Chi vive nella scuola e sta a contatto con bambini e adolescenti sa quale potere esercita sulla mente il mezzo televisivo e il video-gioco, e quanto dannosa sia per la loro formazione la solitudine davanti allo schermo. E quando la TV trasmette per gran parte del tempo violenza, nelle forme più diverse, ecco che dobbiamo allarmarci. Già il filosofo Karl Popper considerava la televisione lo strumento più potente per educare i bambini alla violenza; davanti alla TV la violenza viene contemplata, ad essa ci si abitua e viene recepita come un valore. La lezione dell’ultimo Popper, ancora non recepita adeguatamente, per il quale la democrazia, lo stato di diritto “esige la nonviolenza”, è che bisogna sviluppare tra i cittadini una cultura della nonviolenza a cominciare dall’educare i bambini alla nonviolenza  (K. Popper, I. Condry, Cattiva maestra la televisione, Donzelli editore, Roma 1994). “Per uccidere i germi delle ideologie che legittimano e onorano la violenza, bisogna sforzarsi di permeare tutta la società con una “cultura della nonviolenza”, e la cultura comincia con l’educazione. Questa svolge un ruolo determinante nell’iniziazione del bambino a una cittadinanza responsabile”(J.-M. Muller, Filosofia della nonviolenza, traduzione di E. Peyretti).

Se non sapremo educare alla nonviolenza, all’accoglimento dell’altro, del diverso, dello straniero neanche le generazioni future potranno forgiare un mondo senza guerre. La parola nonviolenza è la traduzione di una parola positiva che significa “amore – forza della verità”. La grande verità comune a tutte le autentiche tradizioni religiose dell’umanità è la fede nella fratellanza universale. Le realizzazioni storiche hanno spesso, in realtà, tradito questo afflato comune. Oggi è necessario più che mai riscoprire il senso di appartenenza ad una stessa famiglia, accogliendo le diversità come ricchezza, nella consapevolezza che nell’alterità ritroviamo la nostra vera identità, specchiandoci nell’altro riconosciamo noi stessi.

Quando dai pulpiti dei congressi di partito o delle chiese si rimproverano le madri che portano in piazza i bambini per rivendicare una scuola pubblica che offra a tutti, indistintamente dal censo – come afferma la Costituzione italiana, art. 3 -, pari opportunità e mezzi per una piena formazione culturale, siamo arrivati ad una soglia pericolosa. L’accusa è che queste donne non rispettano le istituzioni e così facendo diseducano i figli.

L’orizzonte a cui mira il sistema educativo prossimo futuro (così la vorrebbe l’attuale maggioranza al potere) non è l’attuazione della cittadinanza politica, ma lo sviluppo della competitività economica. In questo sistema la conoscenza si trova superata dal sapere tecnologico, con l’obiettivo perseguito di consentire ai giovani di arrivare sul mercato del lavoro con l’adeguata qualificazione tecnica per trovare un impiego… Ma riducendo il ruolo dell’educazione a questa funzione, di fatto si tradisce la specifica missione. Non è possibile permettere che la scuola cessi di essere primariamente maestra di vita e di civismo.

In altre parti del mondo, i bambini e le bambine non hanno madri e maestre che li portano sulle strade a protestare e a richiedere di poter vivere una vita degna. La strada la vivono sulla propria pelle. Straordinaria la marcia di tremila di bambini e ragazzi brasiliani il 2 aprile scorso a San Paolo per rivendicare il diritto all’acqua. “I loro corpi sono magri – scrive Antonio Vermigli -, gli occhi spalancati da stupore. Un marchio chiaro li guida: una croce di legno che porta su scritto: acqua = diritto; acqua inquinata; acqua nelle periferie; acqua fonte di vita. A guidare il corteo è un profeta della strada, il Vicario Episcopale del Popolo della Strada – dei barboni, dei bambini e delle bambine di strada, degli impoveriti, degli esclusi, di tutti coloro che non hanno voce e che hanno la strada per compagna – padre Julio Lancellotti…Marciano i sofferenti della strada, foglie sbattute dal vento che oggi aprono le mani per chiedere il conto, irriverenti pestano il sacro terreno del commercio del centro, costringendo i commercianti a guardarli sfilare. Marciano i bambini della strada, rinunciando all’invisibilità di ogni giorno, ben sapendo di correre il rischio di essere riconosciuti durante l’atto di ribellione che li porta a sfilare per le strade del centro.…”.

Educare alla legalità non vuol dire certo idolatrare la legge: “Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27). Don Milani, un vero maestro, che ha fatto della chiesina abbandonata di Barbiana una scuola straordinaria, spiegava ai suoi ragazzi “come il cittadino reagisce all’ingiustizia” e “come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”. Nella “Lettera ai giudici” – autodifesa al processo per “apologia di reato”, conseguenza di un suo scritto in difesa degli obiettori di coscienza al servizio militare, chiamati “vili” in un comunicato di alcuni cappellani militari in congedo -, parlando del suo fare scuola, della sua idea di cosa sia “scuola buona” – lui che era stato accusato di fare cattiva scuola – Don Lorenzo scriveva: “La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (…), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (..). Continuava più avanti: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che sono ingiuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”. Gli strumenti specifici che don Milani indicava per ottenere questo erano il voto e lo sciopero. La funzione del vero maestro e di una scuola capace di educare, che pone in primo piano il primato della coscienza e della responsabilità, viene sintetizzata da don Milani in queste parole: “Avere coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Antigone, nelle pagine tragiche e straordinariamente attuali di Sofocle, non si sottrae alla pietas e, disobbedendo alla legge, dà sepoltura al fratello ucciso. Se numerosi cittadini tedeschi avessero capito davvero la forza del messaggio evangelico, forse, nell’Europa “cristiana” non si sarebbe arrivati alla shoah… Se molti piloti americani avessero obiettato agli ordini di bombardare città e villaggi, anche con bombe a grappolo, moltitudini di civili inermi non sarebbero state annientate, e singoli straziati dall’esplosione delle mine. Se i soldati israeliani, come i refusniks, che non accettano di partecipare a bombardamenti indiscriminati di paesi, si rifiutassero di demolire le case dei palestinesi, ci sarebbero migliaia e migliaia di senzatetto in meno nel mondo e meno odio…  Più che riferimenti letterari alle radici cristiane dell’Europa – in realtà di molteplici e variegate radici si dovrebbe parlare – nella Costituzione europea rimane fondamentale l’espressione di principî, al cui interno emergano i valori della laicità, della giustizia sociale, della solidarietà, della salvaguardia dell’ambiente e del ripudio della guerra come soluzione ai conflitti fra i popoli.
 
Pierpaolo Loi e Giorgio Montagnoli
(Rete Radiè Resch di Cagliari e Pisa-Viareggio)


Il testo proposto è tratto dalla Circolare Nazionale di luglio 2004 della Rete Radiè Resch. Se ti interessa ricevere periodicamente informazioni sull’attività del gruppo RRR veronese e nazionale, contatta dino.poli@aliceposta.it